Il canapaio vallesano Bernard Rappaz fa lo sciopero della fame da ormai più di 80 giorni per protestare contro una pena di prigione che ritiene troppo severa. I medici rifiutano di nutrirlo con la forza. Il caso sta scuotendo media, opinione pubblica, giuristi e politici.
Raramente un avvenimento d'attualità ha attirato così tanto e così a lungo l'attenzione degli svizzeri. «Sembra inverosimile che il caso Rappaz diventi una tragedia greca moderna; tutti ne usciranno perdenti» scriveva il Tages Anzeiger una settimana fa.
Nell'ultimo sviluppo di questa intricata vicenda, martedì il Tribunale federale ha rifiutato per la seconda volta a Bernard Rappaz un'interruzione della pena, confermando così la decisione presa dal Tribunale cantonale vallesano.
Secondo la Corte suprema, «il rischio di gravi danni alla salute del ricorrente potrà essere allontanato (...) con l'esecuzione dell'ordine di alimentazione forzata, una misura compatibile con il proseguimento della pena».
Da marzo in sciopero della fame
La domanda «Bisogna salvare Rappaz o lasciarlo andare sino in fondo nel suo sciopero della fame» è su tutte le labbra, da est a ovest, dal nord al sud della Svizzera. Il numero di personalità che si esprimono sulla vicenda aumenta di giorno in giorno.
Lo Stato deve applicare a qualunque costo le pene decretate dalla giustizia e quindi non cedere al ricatto dello sciopero della fame, oppure il principio di protezione di una persona imprigionata – e quindi affidata allo Stato – deve prevalere sugli altri?
A questa domanda se ne aggiunge una seconda, altrettanto sensibile, poiché tocca il potere dei medici. Questi ultimi devono nutrire qualcuno – e quindi curarlo – contro la sua volontà? A questo interrogativo i dottori hanno risposto con un «no» categorico. La prima domanda è invece oggetto di un continuo andirivieni tra le autorità in causa.
Militante da una vita per la legalizzazione della cannabis, Bernard Rappaz, 57 anni, rifiuta di alimentarsi da ormai più di 80 giorni.
Condannato a 5 anni e 8 mesi di prigione per infrazione grave alla legge federale sugli stupefacenti – ha coltivato e venduto tonnellate di canapa – e per amministrazione infedele aggravata, Bernard Rappaz ha iniziato lo sciopero della fame dalla sua incarcerazione il 20 marzo scorso e l'ha poi proseguito con delle interruzioni.
Bernard Rappaz
Da allora, tra le autorità e il prigioniero è in atto una sorta di tragico gioco del gatto e del topo. Ricoverato in ospedale, Rappaz è già potuto rientrare due volte a casa sua per ristabilirsi. Appena stava meglio, le autorità giudiziarie lo riportavano in prigione.
Durante l'estate, quando si trovava all'Inselspital di Berna, Bernard Rappaz aveva dichiarato al Tages Anzeiger: «Nutrirmi con la forza non farebbe altro che prolungare il supplizio. Si muore semplicemente più tardi. (…) Meglio morire a testa alta che sottomettersi per vivere».
Dal 17 ottobre scorso, Bernard Rappaz è di nuovo ricoverato in ospedale. Dapprima a Sion, in stato di ipoglicemia acuta, e in seguito all'ospedale universitario di Ginevra (HUG), dove si trova tuttora, nella sezione carceraria.
Venerdì scorso, l'HUG aveva indicato di considerare l'alimentazione forzata come un atto «inaccettabile» dal punto di vista medico e annunciato l'intenzione di ricorrere presso il Tribunale federale.
Presi in ostaggio?
Secondo il professore di diritto penale dell'Università di Zurigo Christian Schwarzenegger, «i medici praticano in questo modo una specie di disubbidienza civile. Secondo l'articolo 292 del Codice penale sulla disobbedienza a decisioni delle autorità, i giudici dovrebbero perseguire il medico che rifiuta di nutrire Bernard Rappaz».
Da un lato molte personalità (dall'ex direttore dell'Ufficio federale dell'ambiente Philippe Roch al sociologo Gabriel Bender) si succedono al capezzale del detenuto per sostenere la sua volontà di non essere nutrito e per chiedere una mediazione oppure un'interruzione della pena. Dall'altro molti cittadini, in particolare i vallesani, ritengono che il canapaio stia prendendo in ostaggio tutta la società.
«Si potrebbe eventualmente parlare di costrizione nel senso penale del termine», risponde Christian Schwarzenegger. «Mette effettivamente sotto pressione la consigliera di Stato Esther Waeber-Kalbermatten e il direttore dell'esecuzione delle pene del canton Vallese. Per questo lo si potrebbe anche perseguire penalmente».
Un metodo raramente utilizzato
«Ma, aggiunge il professore, nello stesso tempo il suo sciopero della fame non arreca torto a nessuno, se non a lui stesso. Ogni essere umano ha il diritto di farsi del male. In sé non si tratta di una 'costrizione'. Inoltre, lo sciopero della fame non è un suicidio immediato. Non bisogna dimenticare che questo mezzo è raramente utilizzato per ottenere qualcosa da parte delle autorità».
Non va comunque dimenticato che a volte chi intraprende uno sciopero della fame muore. Nel 1981 dieci militanti irlandesi dell'IRA erano deceduti in carcere, mentre nello scorso febbraio un dissidente è morto a Cuba.
Secondo Christian Schwarzenegger, il Tribunale federale, che attende il ricorso dei medici ginevrini, non avrà altra scelta che ordinare un'interruzione della detenzione. «In agosto ha chiaramente indicato che la protezione della vita umana durante l'esecuzione della pena viene prima di tutto».
Domanda di grazia
«D'altro canto il Tribunale federale ha manifestamente creduto o sperato che i medici avrebbero praticato l'alimentazione forzata, prosegue Christian Schwarzenegger. Nello stesso verdetto, la corte ha pure affermato che se quest'ultima misura non fosse possibile, bisognava interrompere temporaneamente la detenzione per salvare la vita della persona».
La decisione di martedì del Tribunale federale, puntualizza, non cambia la situazione: i giudici continuano ad essere dell'idea che l'unica soluzione sia l'alimentazione forzata da parte dei medici ginevrini.
Il parlamento vallesano deve pronunciarsi il 18 novembre sulla domanda di grazia di Bernard Rappaz. In Vallese, però, nessuno scommette un centesimo sulla possibilità del celebre detenuto di averla vinta.
Ariane Gigon
http://www.swissinfo.ch
Traduzione e adattamento di Daniele Mariani
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