Sarà riesumata la salma di Stefano Cucchi, il trentunenne romano fermato per pochi grammi di marijuana e morto durante il ricovero nel reparto carcerario del Pertini. Ieri la Procura ha dato l'assenso alla richiesta dei legali della famiglia. Sarà effettuata, tra le altre cose, una Tac. Intanto ieri il senatore dell'Idv Stefano Pedica ha visitato le celle di sicurezza del Tribunale di Roma, dove Stefano sarebbe stato picchiato.
A raccontarlo al pm Vincenzo Barba è stato un detenuto che quella mattina era con Stefano: l'uomo, un africano, ha visto (e più probabilmente sentito) che Stefano veniva pestato. La sua testimonianza ha portato il pm ha spiccare alcuni avvisi di garanzia (due o tre, è stata la criptica frase filtrata ieri dalla Procura) a carico di guardie penitenziarie. «Ci sono quindici celle, tutte da un lato solo. Il corridoio è stretto. Qui un pestaggio è fisicamente impossibile e dagli spioncini la visuale è molto limitata. Sicuramente, però, da una cella si può sentire tutto», ha detto il senatore, stigmatizzando il fatto che in quel corridoio non ci sono telecamere (in realtà ci sarebbero ma le immagini si autoeliminano ogni cinque giorni). Con Pedica c'erano anche la sorella e il padre di Stefano, che però non hanno potuto visitare le celle ma solo parlare con il presidente del tribunale Paolo Fiore. «Il presidente del tribunale ci ha espresso grande partecipazione. Ma noi aspettiamo notizie dal pm: vogliamo avere verità», ha detto Ilaria Cucchi. La testimonianza del detenuto è molto importante, ma andrà verificata: cosa ha visto esattamente? Perché nelle celle per le direttissime c'è in genere un grande via vai, chi «custodisce» i fermati (quindi anche chi li conduce in bagno, motivo che avrebbe scatenato l'alterco tra Stefano e i suoi picchiatori) in questo caso sarebbero i carabinieri, sul cui ruolo la Procura continua a indagare. Ma è chiaro che questo è ciò che dice il protocollo: nella realtà potrebbe essere diverso, e quindi anche la polizia penitenziaria potrebbe svolgere queste mansioni. Il caso di Stefano intanto guadagna una audience internazionale: al concerto dei Massive Attacks a Milano è stata proiettata sul palco la scritta: «stefano cucchi: verità e giustizia».
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