Dalla fondazione di un college dove si insegna a coltivare e vendere la marijuana all’apertura del Bulldog Coffeeshop: il commerciante di cannabis più famoso d’America spiega i pro e i contro della Proposition 19.
“Di pochi non-criminali si può dire a ragione che sono imprenditori della marijuana, ma questo è Richard Lee”. Così la rivista The Atlantic, che ha pubblicato un’intervista a colui che è divenuto una vera e propria autorità nel commercio della marijuana in California, da quando nel 1996 ne è stato legalizzato l’uso a fini terapeutici. Da allora Lee ha aperto tutta una serie di attività “legali” attorno al fumo dell’erba: nel 1999 ha aperto il Bulldog Coffeeshop che ha raddoppiato le proprie vendite come fornitore di marijuana a scopi terapeutici per gli aventi diritto. Nel 2007 ha fondato la Oaksterdam University, un college dove si insegna come coltivare e vendere la marijuana nei campus di Oakland, Sebastopol, Los Angeles e Flint nel Michigan. In tutto questo tempo egli ha promosso la legalizzazione, sostenendo l’approvazione di una legge a Oakland che effettivamente ha decriminalizzato la marijuana e ha chiesto una tassazione a livello cittadino.
La Proposition 19 per la legalizzazione dell’erba che è appena stata votata e non approvata in California prendeva spunto proprio da quell’esempio. Lee stesso aveva scritto la bozza di proposta e chiesto di sottoporla a referendum nel 2010, sebbene i membri della comunità per la legalizzazione della marijuana fossero contrari, sostenendo che il 2012 sarebbe stato un anno migliore per via delle presidenziali. Ha dichiarato Lee: “Credo che il problema non possa aspettare. Abbiamo avuto ragione a fare della campagna un problema politico legittimo”. Altri sostengono che la Prop. 19 fosse scritta male, in quanto avrebbe legalizzato solo il possesso e la coltivazione personale in tutto lo Stato, mentre avrebbe rimandato alle singole città e contee la facoltà di permettere, regolare e tassare la coltivazione a fini commerciali e la vendita, così come autorizzare locali tipo nightclub dove fumare in pubblico. Lee sostiene che questo non sia vero e che un modello a livello statale più ampio - un regime obbligatorio che tratti il fumo come l’alcool in tutto lo Stato, e dove sia lo Stato a riscuotere le tasse – sia l’unico modo per far accettare dal pubblico l’idea della legalizzazione. In realtà, scrive Lee, “innanzitutto abbiamo dovuto fare in questo modo perché non potevamo entrare in conflitto con la legge federale sulla droga, altrimenti il nostro provvedimento sarebbe stato rigettato. Capite la differenza tra fare qualcosa contro la legge federale oppure modificare la legge dello Stato cosicché siano le città e le contee ad infrangere la legge federale. Quindi, in realtà, non abbiamo avuto scelta. Per quanto riguarda l’accusa di eterogeneità di legislazioni, questo avviene per tutto. Tutte le città deliberano la loro zonizzazione e tutti i generi di leggi, così l'argomento che quello che proponiamo è folle non è affatto vero. Abbiamo delle leggi sull’alcol diverse, dove sono le città a decidere cosa possono vendere bar e ristoranti. Il governo federale non può cambiare le leggi dello Stato. Essi non possono obbligare lo Stato a cambiare le sue leggi”.
Insomma, principalmente sarebbero state le contee a trarre dei vantaggi fiscali dalla nuova legge, tuttavia secondo Lee essa avrebbe avuto un impatto positivo sul bilancio dello Stato in termini di imposte dirette ma anche indirette, ad esempio quelle pagate dalle migliaia di studenti della Oaksterdam University. Quanto alle circostanze per cui il governo federale potrebbe privare la California dei finanziamenti in risposta alla Prop. 19, bisogna dire che essa è divenuta un modello per altri Stati che si preparano a consultazioni simili nel 2012 , tipo il Colorado e lo Stato di Washington - che riproverà dopo che non è riuscito a raccogliere abbastanza firme per il 2010 – oltre a Oregon, Michigan e forse Massachusetts. Insomma, Lee ha ignorato le opinioni contrarie e ha investito 1,45 milioni di dollari del denaro delle sue società sul referendum che è stato accolto lo scorso giugno dopo aver raccolto 433.971 firme. Eppure non è riuscito nel suo intento, sebbene avesse ragionevoli chance di farcela il 2 novembre scorso, che è stata anche la data delle elezioni di mid-term.
Secondo il sito The Front Page, contrario alla liberalizzazione, oltre al governatore californiano, sarebbe Barack Obama, che però “non sembra voler impegnare in questa battaglia le stesse risorse che uno dei suoi predecessori, Clinton, impiegò per contrastare la legalizzazione della marijuana per scopi medici, nel 1996”. Continua The Front Page: “La Proposition 19 cambierebbe non poco le cose, anche perché la California non è la piccola Olanda e difficilmente le pressioni politiche degli Stati confinanti sarebbero in grado di farla tornare indietro”. Infatti, se il referendum passerà nel 2012, sostiene Lee, “si darà speranza a un sacco di persone fuori dalla California, che aspettano che le leggi cambino nel resto del Paese, proprio perché storicamente le cose iniziano dalla California, com’è successo con la marijuana medica, e un sacco di altre questioni relative ai diritti sociali”.
Carmen Sorrentino
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