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Raphael Mechoulam: intervista esclusiva al padre del THC
Autore: Mario Catania 06/11/2017 - 09:07:00

Nel 1964 in Israele avreste potuto incontrare un uomo molto composto, con uno sguardo pieno d’umanità ed una ciocca di capelli ribelli, che viaggiava sull’autobus pubblico trasportando in una borsa 5 chilogrammi di hashish libanese di prima qualità. 

Era il dottor Raphael Mechoulam, diretto all’Istituto Weitzmann di Rehovot, che si apprestava di lì a poco ad isolare e sintetizzare per la prima volta nella storia il THC, l’unico cannabinoide psicoattivo contenuto nella cannabis. 
L’anno prima, insieme al suo gruppo di ricerca, aveva rivelato per la prima volta la struttura del CBD, il cannabinoide al centro degli studi moderni, dando il via a tutta una serie di scoperte rimaste in sordina e che oggi si stanno rivelando centrali per svelare molti dei meccanismi di funzionamento del nostro corpo. 

20 anni più tardi Mechoulam ha accertato che il THC interagisce con il sistema di recettori più grande del corpo umano, il sistema endocannabinoide. Ha poi scoperto che il cervello umano produce un proprio cannabinoide, una sostanza chimica che è stata chiamata anandamide dalla parola sanscrita “ananda”, che significa felicità. 

Anche se ancora sconosciuto alla maggior parte dei ricercatori e medici professionisti anche a causa dell’ostinato proibizionismo nei confronti della cannabis, l’importanza del sistema endocannabinoide sta crescendo ogni giorno, tanto da far dire al dottor Mechoulam che: “Non esiste quasi nessun sistema fisiologico che sia stato esaminato nel quale gli endocannabinoidi non svolgano un ruolo”.

Si tratta di un complesso sistema endogeno di comunica­zione tra cellule composto dai recettori cannabinoidi, i loro ligan­di endogeni (gli endocannabinoidi) e le proteine coinvolte nel metabolismo e nel trasporto degli endocannabinoidi. Prende il suo nome dalla pianta di cannabis poiché alcuni fitocannabinoidi in essa presenti, tra cui il THC, mimano gli effetti degli endocannabinoidi (sostanze prodotte dal nostro corpo simili a quelle contenute nella cannabis) legandosi ai medesimi recettori.

Mechoulam nel suo ufficio alla Hebrew University a Gerusalemme 

È stato chiamato il “supercomputer che regola l’omeostasi nel corpo umano”. In termini generali il sistema en­docannabinoide è coinvolto in molteplici processi fisiologici, tra i quali il controllo motorio, la memoria e l’apprendimento, la percezione del dolore, la regolazione dell’equilibrio energetico, e in com­portamenti come l’assunzione di cibo. Altre funzioni del sistema endocannabinoide, essendo coinvolto nella modulazione delle risposte immunitarie, infiammatorie ed endocrine, potrebbero essere correlate alle funzioni endocrine, alle risposte vascolari, alla modula­zione del sistema immunitario e alla neuroprotezione. Infine sarebbe in grado anche di esercitare azioni anti-proliferative.

Poiché i suoi recettori si trovano in tutto il corpo a partire dal cervello e in ogni organo importante, il malfunzionamento di questo sistema è ritenuto essere alla base di molte patologie umane ed è questa è la ragione per cui la cannabis può trattare così tante malattie. Mechoulam ha indagato questo composto più a lungo di qualsiasi altro scienziato. Ha portato alla luce il ruolo della cannabis nel trattamento di disturbi convulsivi, schizofrenia e PTSD, oltre al suo impatto sulle altre funzioni che regolano la salute umana, come ad esempio la rapidità con cui un neonato sviluppa legami con la madre. Ha ricevuto numerosi premi scientifici ed è universalmente riconosciuto come il “padre della ricerca sui cannabinoidi”. Nonostante questi riconoscimenti, il nome di Mechoulam, non è noto al di fuori di un piccolo gruppo di ricercatori.

  • Quando ha isolato per la prima volta il THC nel 1964, aveva capito che potesse essere una scoperta così importante?

Era risaputo che la morfina fosse stata isolata dall’oppio 150 anni prima e la cocaina dalle foglie di coca circa 100 anni prima, così era strano che un’altra pianta con attività psicoattiva non fosse trattata nella stessa maniera. C’era già stata qualche ricerca sulla cannabis ma i suoi componenti non erano mai stati isolati nella loro forma pura e la sua struttura non era conosciuta. Non era solo un problema chimico, era una questione che andava al di là perché una volta che i componenti fossero isolati e la struttura chimica resa nota, i composti sarebbero potuti essere valutati per la loro attività farmacologica. Quindi era molto importante rendere i composti della cannabis disponibili in forma pura. Ad ogni modo, quando noi pubblicammo i risultati, nessuno sembrava essere interessato probabilmente a causa della situazione legale che rendeva molto difficile lavorare con la cannabis nella maggior parte dei Paesi. Lavorare su una sostanza illegale richiede una sicurezza e degli accorgimenti difficili da imporre in un’università. Anche negli Stati Uniti, dove avevo ricevuto una borsa di studio, non c’era interesse perché la cannabis era utilizzata in Sud America, ma non in Nord America. Anni dopo, il figlio di una persona importante, credo fosse il figlio di un senatore, fu beccato a fumare marijuana e voleva sapere se avrebbe perso la testa a causa di questa sostanza e se il suo cervello ne sarebbe stato distrutto. Chiese informazioni all’NIH (il National Health Institute americano, ndr), che però non aveva dati sulla cannabis e quindi si ricordarono del giovane studente originario del Medio Oriente. A quel tempo noi avevamo già isolato il THC e così un po’ dei nuovi lavori scientifici che vennero fatti in America in quel periodo vengono da informazioni che avevamo dato dai nostri laboratori. Quindi, a dirla tutta, all’inizio non c’era nessun interesse per la ricerca sulla cannabis: è arrivato molto dopo.

  • Lei è considerato il padre della ricerca sui cannabinoidi (“probabilmente il nonno”, sottolinea il dottor Mechoulam sorridendo), con quasi 400 studi dedicati in larga parte alla cannabis. Come considera il futuro della ricerca su questa pianta?

E’ davvero complicato, anche perché siamo passati attraverso diverse fasi nella ricerca sulla cannabis.
All’inizio abbiamo studiato i componenti della pianta: THC, CBD e così via, isolandoli, analizzando i materiali di cui è composta la pianta, la biochimica ed altro. Questo era l’inizio e molte persone non hanno capito che c’era molto più di questo.
La seconda parte ha avuto a che fare con i composti che produce il nostro corpo, i cannabinoidi endogeni, che rappresentano il meccanismo di azione dei cannabinoidi. Cosa sarebbe successo se il THC fosse arrivato ai recettori, ma i recettori non fossero esistiti? Parliamo di una pianta che esiste in funzione dei composti che noi stessi produciamo, e che attivano i nostri recettori. Così negli anni ’90 scoprimmo l’anandamide ed il 2-AG ed oggi ci sono migliaia di studi che analizzano come si comportano questi due cannabinoidi endogeni; però nel frattempo siamo entrati in una terza fase della ricerca che riguarda i composti che noi produciamo che hanno una struttura simile all’anandamide: sono circa 120 ed alcuni di questi possono essere molto importanti.
Per esempio abbiamo osservato come il corpo usi uno di questi composti per abbassare i livelli di danno al cervello (chiamato Arachidonoyl serine), che è molto simile all’anandamide come struttura chimica anche se non si lega ai recettori. Un altro di quelli che abbiamo identificato è un cannabinoide endogeno che produciamo come difesa dall’osteoporosi. Un altro ancora, sul quale abbiamo appena dato una lecture, agisce contrastando molti tipi di dipendenze ed anche questo è strettamente correlato all’anandamide, e così via, ce ne sono molti altri.
È la terza fase della ricerca sulla cannabis: sostanze prodotte dal nostro corpo che possono essere utilizzate per combattere molte patologie, come fossero un altro sistema immunitario. Il sistema immunitario combatte contro microbi e batteri, ma c’è anche questo sistema endocannabinoide che è strettamente correlato, anche se molti studiosi non hanno capito che siamo in questa fase di ricerca, abbastanza lontana dalla pianta e dai cannabinoidi presenti in essa.

  • È vero che i cannabinoidi potrebbero essere coinvolti in qualsiasi patologia umana?

Il sistema cannabinoide endogeno sembra essere coinvolto nella maggior parte delle patologie umane. Questa affermazione è stata pubblicata, riportata e citata anche dallo stesso NIH e dai suoi principali ricercatori come George Kunos. Il sistema endocannabinoide sembra regolare l’attività di molti altri neurotrasmettitori.

  • Big pharma può avere interessi economici nello stoppare questo tipo di ricerche sulla cannabis?

Non ne sono sicuro e non posso saperlo, anche perché non sono un economista. Io penso che Big pharma svilupperà composti basati sui cannabinoidi o sugli endocannabinoidi ed è una cosa già successa in passato. Quando è stata scoperta la penicillina diverse aziende hanno iniziato a produrre composti simili, guadagnando moltissimi soldi. Non producevano esattamente penicillina, ma dei derivati e oggi quando qualcuno si reca a comprare un antibiotico, non può comprare la penicillina ma un derivato. Idem per il cortisone: non si può comprare il cortisone, i prodotti che vengono venduti contengono tutti dei derivati che hanno fatto fare miliardi di dollari alle compagnie che li producono e quindi credo con la cannabis si apriranno le stesse possibilità.

  • Oggi alcuni studi stanno analizzando le potenzialità di cannabinoidi come il THC ed il CBD nel trattare il cancro, anche con i primi studi clinici. Secondo lei i cannabinoidi possono essere considerati una possibilità concreta per sconfiggere il cancro?

Ci sono molte persone che utilizzano i cannabinoidi per il cancro ma non c’è un singolo studio pubblicato a livello clinico; per me è una vergogna ed una disgrazia nei confronti del progresso medico generale che non ci sia un singolo clinical trial pubblicato: possiamo solo dire che non ne sappiamo praticamente nulla. Il fatto che ci siano pazienti che raccontano di avere assunto cannabis e che questa ha funzionato per il loro glioma (forma aggressiva di cancro al cervello, ndr), non è medicina.

  • Ma la GW Pharmaceuticals non ha da poco concluso la prima ricerca clinica con THC e CBD in accoppiata con un agente chemioterapico?

Il lavoro non è ancora stato completamente pubblicato e la GW ha utilizzato un prodotto che contiene THC e CBD in proporzione di 1:1. E’ la soluzione migliore? Io non lo so. Ci sono moltissime cose che andrebbero studiate ed analizzate e sono contento che la GW stia andando avanti realizzando diversi studi clinici: è ciò che dovrebbero fare la maggior parte delle aziende farmaceutiche.

  • In Europa ci sono ricercatori ed esperti che ancora oggi sostengono che la cannabis non sia una sostanza sicura perché non è stata sufficientemente studiata. Lei che ne pensa?

Il CBD è completamente sicuro: è stato somministrato in dosi di più di un grammo a pazienti schizofrenici senza nessun effetto collaterale. Il THC, come tutti sappiamo, è psicoattivo ed è stato testato in persone che non l’avevano mai assunto in dosi di 5 milligrammi, ma le persone in breve tempo si abituano e possono assumere dosi maggiori; entrambi, così come gli altri cannabinoidi, sono completamente atossici. Come con tutti gli altri farmaci una persona deve essere informata sulla quantità che può essere assunta: con il CBD si può iniziare l’assunzione anche con livelli molto alti, con il THC è meglio usare livelli molto bassi, almeno all’inizio e poi aumentare piano piano. Ed è tutto: non c’è farmaco che non abbia effetti collaterali, come tutti dovremmo sapere.

  • Lei ha identificato la struttura del CBD (che era stato identificato precedentemente) nel 1965. Oggi questo cannabinoide viene utilizzato con successo per trattare forme di epilessia rara e farmaco-resistente, soprattutto nei bambini. Quale può essere il prossimo passo per questo cannabinoide?

Con il CBD io ho un problema di fondo: avevamo fatto  molti studi preclinici sul cannabidiolo 35 anni fa. Dopo facemmo uno studio clinico su pazienti affetti da epilessia e per i quali nessun farmaco funzionava, dando loro CBD e dimostrando che fosse molto efficace in questa patologia. Non interessò a nessuno. Quindi per più di 30 anni c’è stato questo studio scientifico al quale nessuno sembrava essere interessato mentre intorno migliaia di ragazzi e bambini erano affetti da forme di epilessia farmaco-resistente. Oggi, più di 30 anni dopo, alcune persone sono tornate a guardare con interesse a quella ricerca e io sono frustrato per il fatto che per tutto questo tempo avevamo mostrato come il CBD fosse efficace contro l’epilessia nei pazienti, ma non importava a nessuno.

  • Ci sono altri importanti fitocannabinoidi o cannabinoidi endogeni che devono ancora essere scoperti?

Non penso che si possano trovare molti altri componenti della cannabis che siano attivi farmacologicamente. CBD, THC, CBDV (la cannabidivarina, un omologo del cannabidiolo): sono questi i 3 cannabinoidi che dobbiamo esaminare.
Probabilmente dobbiamo dedicarci con grande attenzione ai cannabinoidi acidi. La pianta infatti non produce né THC né CBD, la pianta produce THC acido e CBD acido, composti che non sono stabili e che non vengono usati perché si degradano. Noi di recente abbiamo scoperto che il THC acido ed il CBD acido possono essere trasformati in derivati che sono molto stabili e più efficaci di THC e CBD. Le possibilità ci sono ed il CBD acido potrebbe diventare molto importante.

  • Parlando delle sostanze contenute nelle cannabis, può spiegarci lei direttamente perché è così importante il cosiddetto effetto entourage?

Sono frustrato anche per questa cosa perché abbiamo pubblicato studi scientifici sull’effetto entourage circa 20 anni fa dimostrando che composti che di per sé non hanno attività farmacologica, modificano gli effetti e l’attività dei cannabinoidi. Ma anche questa è una questione di cui si parla molto, ma sulla quale non ci sono studi a parte quelli realizzati da noi: io non so come questo fenomeno avvenga e quali composti siano coinvolti, visto che la cannabis ne contiene molti. Alcuni di sicuro modificano l’azione del THC ed è una cosa ovvia: le persone preferiscono fumare la pianta di cannabis, invece che prendere il THC. E’ un dato di fatto che nessuno abbia mai fatto irruzione in un distributore di prodotti farmaceutici per rubare il THC, perché nessuno è interessato: le persone hanno interesse per la cannabis probabilmente proprio a causa dell’effetto entourage e non nel THC in sé, che forse verrà utilizzato maggiormente quando ne sapremo di più sull’effetto entourage.

  • E quanto contano i terpeni secondo lei?

E’ stato ad esempio dimostrato che esiste un terpene, il Beta cariofillene, che ha attività farmacologica; può essere che questo ed altri terpeni abbiano un ruolo nell’effetto entourage, ma siamo nel campo delle ipotesi, nessuno può saperlo perché nessuno li ha testati e nessuno ha condotto uno studio importante su questa tematica.

  • Cosa pensa invece dei cannabinoidi sintetici?

La pianta non produce CBD perché noi ne abbiamo bisogno, ma lo produce perché ne ha bisogno lei; stessa cosa per il THC. Se noi vogliamo un composto che sia migliore per l’uomo, dobbiamo lavorarci. Come ho detto prima, dalla penicillina sono stati creati dei derivati che vengono usati ancora oggi e la stessa cosa è avvenuta per centinaia di sostanze come per la maggior parte dei quelle derivate dalle piante e le ragioni sono sia scientifiche che economiche: le aziende vogliono composti nuovi. Quindi la speranza è di trovare dei degni derivati: noi l’abbiamo appena fatto con un derivato del CBD, che è molto più efficace del CBD stesso ed un’azienda lo sta esaminando. Se risulterà che non è tossico, come credo che io avvenga, può darsi che questa azienda comincerà a venderlo. E’ il modo normale in cui vengono sviluppati prodotti naturali, con la differenza che, nel caso della cannabis, se dovesse prendere piede l’uso di cannabinoidi sintetici continuerà anche l’uso medico della pianta di cannabis, cosa che con gli altri farmaci naturali non accade.
Vedremo cosa accadrà nei prossimi 20 anni, io sarò seduto da qualche parte ad osservare dall’alto ciò che succede.

  • Israele può essere considerato come un Paese leader nella ricerca scientifica sulla cannabis?

Sì, ci sono delle buone ragioni per pensarlo, anche perché nella maggior parte dei Paesi, a causa dei problemi legali, nessuno fa ricerca su questa pianta.
Quando ho iniziato io potevo fare ricerca come meglio credevo e non c’erano grossi problemi legali. Erano gli anni ’60 e diversi gruppi, anche indipendenti, condivisero questa ricerca. Qui alla Hebrew University di Gerusalemme alla facoltà di Medicina abbiamo anche istituito il Centro di ricerca sui cannabinoidi e ci sono circa 20 gruppi oggi che lavorano su queste tematiche in maniera indipendente e questo è il motivo per cui siamo più avanti di molti altri Paesi. Bisogna capire che i problemi legali possono essere risolti in modo logico.

  • Quanti pazienti che utilizzano cannabis ci sono oggi in Israele?

Ci sono 30mila pazienti che hanno ricevuto l’approvazione dal ministero della Sanità ad usare cannabis medicale. Il sistema è ben regolato: un paziente può andare dal proprio medico che, se ritiene che la cannabis possa essere utile per la patologia da trattare, fa richiesta al ministero. Ci sono alcune patologie per le quali è stata approvata come il dolore, il cancro e l’epilessia.

  • E cosa pensa della possibilità di lasciare ai pazienti la possibilità di coltivare le proprie piante di cannabis?

E’ complicato perché per avere cannabis medicale dovremmo essere il grado di separare il settore da quello ricreativo. Essendo quest’ultimo il settore di maggiore utilizzo, c’è la seria possibilità che il governo dica no a questa opzione; per me, che sono un ricercatore, bisogna essere molto attenti su questi temi. Se vogliamo tenere viva la cannabis dal punto di vista medico, non dobbiamo permettere che cannabis per scopi medici venga coltivata e diventi cannabis ad uso ricreativo e se le persone iniziano a coltivarla per conto loro, possono venderla, può essere rubata… Insomma il fatto che un paziente possa coltivare la propria pianta è senza dubbio una cosa sensata, ma dall’altra parte è una cosa difficile da realizzare nella pratica.

  • Lei sta studiando questa pianta da 50 anni. Cosa c’è che ancora la affascina?

Scopriamo continuamente cose nuove: come ti ho raccontato abbiamo attraversato 3 fasi nella ricerca: 10/12 anni di ricerca sui cannabinoidi, poi ci siamo dedicati ai cannabinoidi endogeni. Al primo scoperto abbiamo dato il nome Anandamide che in sanscrito significa gioia (il professore lo dice in italiano, ndr). Abbiamo cercato un nome in ebraico, ma agli ebrei non piace essere felici, preferiscono essere molto infelici, e così abbiamo trovato molte parole per quando uno non è felice, ma per quando uno lo è davvero, niente da fare. E quindi abbiamo fatto un po’ di ricerche ed abbiamo trovato la parola sanscrita ananda, perché quando abbiamo scoperto questo cannabinoide pensavamo che il sistema cannabinoide endogeno avesse a che fare con i sentimenti e la felicità, e lo chiamammo così. Così iniziammo a lavorare sul sistema endocannabioide, come facciamo ancora oggi, è questa è la seconda fase. Dopodiché è iniziata la terza, ora, ed in tutto questo tempo abbiamo fatto nuove scoperte. Di recente abbiamo scoperto che il nostro corpo produce un cannabinoide simile all’anandamide che combatte le dipendenze, come quella da tabacco, a causa del quale muoiono moltissime persone per cancro o perché le arterie vengono ostruite. Quindi, più possiamo essere d’aiuto, più saranno i benefici.

  • Dopo tutti questi anni passati a fare ricerca, lei come considera la medicina?

Penso che dovremmo provare a basare la medicina come ad un’estensione della natura. Il nostro corpo combatte ogni patologia. Se vieni colpito dal virus dell’influenza – spero che non accada ma può succedere – puoi ammalarti, come invece restare sano, perché il corpo combatte il virus e non sempre ha successo. Ma il corpo combatte la maggior parte delle patologie che ci affliggono, quindi se guardiamo alle malattie che ci colpiscono oggi, dovremmo osservare il meccanismo con cui il nostro corpo le combatte. Alcuni pensano che siano un nuovo sistema di intendere la medicina, molto importante, ma ci sono anche altri sistemi: noi siamo qui per scoprire continuamente nuovi modi per combattere ciò che succede. Ad esempio, uno dei maggiori problemi della medicina odierna, è che gli antibiotici sembrano non funzionare, ma il corpo prova ad aiutare questo processo. I microbi combattono il corpo e viceversa, i microbi sviluppano resistenze ed il corpo deve trovare la maniera di vincerle. Sembra, e pubblicheremo uno studio su questa cosa, che i cannabinoidi possano aiutare anche con la resistenza agli antibiotici ed è una cosa molto importante sulla quale stanno lavorando diverse persone. Dobbiamo guardare alla medicina dal punto di vista dei prodotti naturali: quelli prodotti dalle piante o da noi con il nostro corpo. Questo è esattamente ciò che rappresenta la cannabis. Abbiamo sempre pensato che la medicina si evolvesse velocemente: invece non è vero. Negli anni ’20 si scoprì che un composto che noi produciamo combatte gli effetti negativi dello zucchero e divenne immediatamente un farmaco, nel giro di 6 mesi. L’anandamide è stata scoperta da noi circa 25 anni fa: non è mai e ripeto mai stata amministrata ad un umano, né ad un paziente o ad una persona normale. Anche se non è tossica ed è prodotta dal corpo stesso, non è mai stata data ad un umano.

  • Perché, secondo lei?

Perché le leggi stanno diventando davvero complicate e per rendere questo composto disponibile, servono milioni, soldi che noi non abbiamo e che non ci permettono di fare queste cose. Le aziende possono farlo, ma le aziende non sono interessate; noi non abbiamo i soldi necessari, i ricercatori in generale non hanno i soldi, e quini nessuno somministra l’anandamide nonostante sia ovviamente un composto molto utile per l’uomo: quando il CBD viene dato ad un paziente si alzano i livelli di anandamide e questo è uno dei motivi per cui ad esempio il CBD funziona per l’epilessia o contro la schizofrenia, ma nessuno la sta somministrando e quindi viene dato il CBD con il fine di alzare i livelli di anandamide: non è il modo di fare le cose. Nessun endocannabinoide, nemmeno il 2-AG, è mi stato somministrato ad un umano dalla loro scoperta: questo è il progresso della medicina. Una bella cosa, no?

Versione integrale dell’intervista pubblicata su Dolce Vita n°72 – settembre/ottobre 2017

Articolo originale su dolcevitaonline.it:Raphael Mechoulam: intervista esclusiva al padre del THC


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