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Setup della growroom: auto, femminizzate e regolari
Autore: Redazione 02/11/2017 - 15:23:00

Scegliere la varietà di cannabis con cui coltiveremo per la prima volta risulta sempre abbastanza snervante, districarsi fra nomi accattivanti e genealogie leggendarie può creare confusione nella scelta. Chiedere consiglio al negoziante di fiducia può essere una valida opzione, affidarsi ai fumosi ricordi dell’ultimo viaggio nei Paesi Bassi alla ricerca della migliore varietà testata può rappresentare un’alternativa, ma informarsi su cosa andremo a coltivare è la via migliore per pianificare al meglio il nostro ciclo. 

Esistono dei database che illustrano la genealogia di quasi tutto quello che il mercato offre, descrizioni dettagliate sui fenotipi, tempistiche e aromi. 

Generalmente il coltivatore neofita mostra poco interesse verso questi aspetti, punta al miglior risultato in più breve tempo possibile, la passione, di solito cresce con l’esperienza e con la voglia di migliorarsi, infatti, gran parte di questi coltivatori vengono risucchiati nel vortice delle autofiorenti che garantiscono ottimi risultati in un paio di mesi da seme a raccolto. 

Iniziamo proprio con le autofiorenti per tentare di sfatare qualche leggenda metropolitana. 

Le auto sono piante di cannabis un po’ particolari, prima del grande boom degli ultimi anni (quasi tutte le bank hanno versioni automatiche dei loro strain più famosi) erano chiamate comunemente lowryder, come la prima varietà messa in commercio agli inizi degli anni 2000 da un breeder canadese che lavorò sull’ interessante caratteristica della fioritura della Ruderalis. Ceppo di cannabis originario della Russia quasi priva di THC, ma con la capacità di fiorire indipendentemente dal fotoperiodo.

Nonostante sia stata scoperta nella prima metà del ‘900 pochi ci avevano lavorato per la produzione di inflorescenze, prediligendo l’uso di varietà asiatiche, europee o sudamericane decisamente più adatte allo scopo ricreativo.

L’incrocio di quest’ultime con la varietà Ruderalis ha dato il via ad una rivoluzione del mercato dei semi cannabici, soprattutto i coltivatori outdoor – abituati ad un raccolto a stagione – hanno avuto la possibilità di farne tre, diminuendo anche i rischi legati ai furti o sradicamento delle piante che si avvicinavano al raccolto.

È doveroso ricordare che non sono piante molto semplici da coltivare, fiorendo indipendentemente dal fotoperiodo utilizzato non avrete il controllo del cambio da crescita a fioritura e gli errori nelle fasi iniziali difficilmente saranno recuperabili in seguito, dunque i rischi di compromettere una produzione saranno leggermente più alti rispetto ad una normale varietà fotoperiodica.

Come accennato, in precedenza, abbiamo la massima libertà di scelta riguardo alle ore di luce, personalmente ho fatto fiorire automatiche anche a 24 ore di luce senza mai dare buio, confrontandomi con altri grower siamo arrivati alla conclusione che la soluzione migliore in termini di resa e qualità siano le 20 ore di luce e le 4 di buio quotidiane, avremo quindi un ciclo breve con consumi elevati.

Se la gamma di automatiche è vasta, la scelta nelle piante fotoperiodiche è quasi infinita. Ogni banca ha i propri cavalli di battaglia, gli ibridi si sprecano e le declinazioni di ogni singola genetica sono a disposizione di tutti.

Le versioni in seme delle fotoperiodiche si possono trovare sia femminizzate che regolari.

Il seme regolare per gli appassionati è qualcosa di quasi sacro, l’originalità di una genetica è celata dietro a semi regolari e non sono pochi quelli che considerano femminizzate ed autofiorenti delle pallide imitazioni, io credo che sia una storia tirata un po’ all’eccesso e che non tutti hanno spazi e tempistiche adatte alla coltivazione di semi regolari; infatti quando si semina un pacchetto di regolari è un po’ come aprire le figurine, non sai bene che cosa ti aspetta. Di solito un 40% degli esemplari vanno scartati in quanto maschi e non buoni per la produzione di inflorescenze, le femmine invece mostreranno le loro varie caratteristiche e qui il lavoro del breeder diventa fondamentale, una buona genetica infatti deve essere il meno variegata possibile per poter stare sul mercato.

Con i femminizzati questo lavoro riescono a farlo bene: dipende sempre chi e come lo fa, però l’auto impollinazione permette di stabilizzare delle caratteristiche di un determinato fenotipo per poi replicarle in seme. C’è chi ci riesce meglio e chi lo fa peggio: per femminizzare i semi si ricorre a processi chimici (argento colloidale) o biologici (stress luminosi) per far si che le piante femmine mostrino fiori maschili per auto impollinarsi, produrre semi e mantenere la specie. Chiaramente il carattere intersessuale può manifestarsi durante il ciclo di fioritura creando noie al coltivatore di turno, ma sono cose che purtroppo succedono; approfondire e documentarsi in internet, con i forum soprattutto, aiuta nel scegliere una genetica piuttosto che un’altra, non esiste cosa migliore dell’esperienza diretta per farsi consigliare.

La moda degli ultimi anni è quella di guardare al mercato oltreoceano: la legalizzazione in parte degli stati americani ha permesso una rapida espansione di piccole bank e breeder che fino a dieci anni fa producevano per una nicchia di coltivatori e che grazie anche ai social hanno potuto acquisire maggiore visibilità di fronte al pubblico europeo. Scommetto che chiunque di voi ha sentito almeno una volta il nome Kush, o gli aromi di una Diesel, e la tentazione di comprare un pacchetto di OG Kush sarà, ragionevolmente, forte.

Ma le fanno solo gli americani? La risposta è ovviamente no, proprio l’altro giorno durante una visita al growshop di fiducia, tra una chiacchiera e l’altra, mi è venuto spontaneo chiedere qualche novità dagli Stati Uniti, la risposta mi ha lasciato un po’ basito, non tanto perché non ne ero a conoscenza, perché mi sono state proposte solo banche spagnole e olandesi che lavorano con cloni d’élite importati. Quindi non c’è bisogno di traversate atlantiche o dazi doganali, se siete alla ricerca di qualcosa che si discosti dalla solita White Widow, ma altrettanto reperibile, anche le europee fanno al caso vostro.

Ricapitolando: la growbox l’abbiamo trovata, la lampada pure, estrattore e filtro antiodore ce l’abbiamo, vasi e substrato recuperati e ora che abbiamo scelto pure i semi che rimane da fare? L’ultimo consiglio che vi posso dare è quello di registrarvi al forum www.enjoint.com e di interagire. Tramite le esperienze dirette, i manuali presenti e l’intervento di utenti preparati potrete arricchirvi e confrontarvi con chi possiede le vostre stesse passioni; magari chissà, la prossima guida la scriverai tu.

a cura di Gam – Enjoint Staff

Articolo originale su dolcevitaonline.it:Setup della growroom: auto, femminizzate e regolari


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