Pinerolo, abiti su misura «con il tessuto più naturale».
Tornare all’antico, alla natura, alle colture originarie del territorio. Non è un progetto politico, ma una proposta industriale quella che arriva da un artigiano pinerolese che vuole rilanciare la coltivazione e la lavorazione della canapa.
Non ha dubbi Giampiero Capitani, creativo di 48 anni: «La canapa nell’immaginario è diventata quella che si fuma, ma in realtà è un tessuto estremamente naturale. Più di qualsiasi altro. Persino il cotone può aver subito trattamenti chimici sbiancanti, la canapa no».
Adesso il suo progetto è approdato in Cina dove già conoscono le grandi griffe della moda italiana; ma la scommessa che è in corso in questi giorni, nel padiglione italiano all’Expo di Shanghai, è quella di lanciare su quei lontani mercati oltre ai prodotti anche le idee. Così Cna Federmoda e Ceipiemonte hanno accompagnato due giovani artigiani in Cina per esporre un abito in canapa e una collezione di bigiotteria.
Quello dell’atelier di via Tessore a Pinerolo è un caso unico però; va oltre la promozione del prodotto proprio perché vuole rilanciare anche nel nostro territorio, che ne è stato capitale, la canapa. E spera che con la Cina si possa aprire un canale capace di riportare anche nelle nostre pianure le piantagioni estensive della pianta.
Capitani si definisce «figlio d’arte»: la madre da ragazza lavorava la canapa e gli ha aperto un mondo fatto di mansioni anche molto dure - la fibra taglia le mani - ma di grande soddisfazione. E oltre al rilancio di quella pianta ne ha in mente anche un altro: l’ortica che nelle vallate pinerolesi cresceva rigogliosa anche fino sa un metro e venti. Una alternativa alla canapa che, invece, attecchisce con difficoltà in terreni collinari.
La Cina non è solo il Paese mito per ogni aspirante esportatore, ma un luogo in cui la canapa ancora viene coltivata e lavorata e dove si fa ricerca su possibili nuovi impieghi. Per questo Capitani è soddisfatto del canale che si è aperto. Con Dina Lorenzon e Paola Paletto ha fondato l’atelier di via Tessore, a Pinerolo, dove creano abiti su misura tutti con materiali naturali.
Racconta: «A Shanghai abbiamo portato in mostra un abito da giorno un po’ in stile Anni Cinquanta, taglia 42, con disegni a mano di Lorena Signori. L’abito è molto bello, frutto di una ricerca accurata».
Spiega come una volta la capitale della produzione del filato fosse Carmagnola: «Adesso tutto è stato cancellato: non si coltiva che in minima parte, non si lavora, non si fila, non esistono più i telai. Il paradosso è che la canapa nata qui finisce in Francia per la strigliatura, che significa macerarla in acqua, aprire le fibre, seccarla e allungarla con macchinari a spuntoni di ferro. E poi parte per la Cina dove viene filata per tornare qui».
Lorenzo Capitani ritiene che questo lungo percorso sia assurdo: «Fa il giro del mondo perché ormai manca la filiera produttiva. Purtroppo quando si dice campo di canapa la gente pensa a quella che si fuma e dimentica che si tratta di un materiale forte, resistente, idroscopico. Vorremmo far rinascere la produzione del tessuto che funziona per usi industriali, ma che è perfetto anche per l’abbigliamento».
Marina Cassi
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